ARCHITETTURA FUTURISTA alla Spezia – I parte: PALAZZO delle POSTE progetto di Angiolo MAZZONI saggio di Rina GAMBINI

 UN CAPOLAVORO DEL FUTURISMO ALLA SPEZIA

[saggio di Rina GAMBINI, tratto da Il nuovo Porticciolo, 1/2026, quale  attività interna]

Il 12 novembre 1933 veniva inaugurato nel centro della città della Spezia un edificio innovativo, rispondente ai gusti del momento.
Rigoroso nelle forme e piuttosto monumentale nelle dimensioni, il Palazzo delle Poste occupa il lato monte della parte centrale di Piazza Verdi, in posizione arretrata rispetto alla linea degli edifici che lo affiancano, appoggiato alla collina retrostante.
L’impatto visivo è decisamente imponente: un’ampia scalinata in travertino porta alla facciata scandita da nove finestroni ad arco segnati da altrettanti pilastri aggettanti anch’essi in travertino. Al di sopra dei finestroni si aprono le finestre del piano superiore. L’ultimo piano con finestre più piccole, è in laterizi a contrasto cromatico con la parte inferiore.
Sul lato ovest della facciata si eleva una torre alla quale si accede attraverso un’ampia scalinata uguale a quella simmetrica del lato opposto, denominata Scalinata Fillia, che porta sulla collina retrostante l’edificio.
L’opera di grande valore stilistico è stata progettata dall’architetto Angiolo Mazzoni su incarico delle Regie Poste Italiane negli anni Venti, al seguito  della crescente popolazione della città, meta di immigrazione da tutta Italia poiché l’Arsenale Militare offriva notevoli possibilità di lavoro, mentre in molte zone della Penisola scarseggiavano. La Spezia aveva mutato profondamente il suo aspetto. Da sonnolenta città affacciata sullo splendido golfo, era diventata una città dinamica, in cui i lavori di continuo rinnovamento dell’Arsenale Militare, voluto da Cavour alla metà dell’Ottocento, si affiancavano a numerosi cantieri edili che ne trasformavano l’impianto urbanistico. Il passato era ormai un ricordo e la città ferveva di iniziative sociali  e culturali, che andavano a colmare le disparità idiomatiche e abitudinali di una popolazione ormai eterogenea alla quale era doveroso offrire possibilità di ambientazione e strutture efficienti.
Poiché i lavoratori impiegati nell’arsenale, nelle costruzioni edili e ferroviarie provenivano da diverse zone del Paese, gli uffici postali avevano un notevole lavoro. Situato dapprima in Corso Cavour, in un edificio del 1880, ormai inadatto, nel 1928 si rese necessario edificare un Palazzo Postale in grado di soddisfare le esigenze di una città in crescita. Fu scelto pertanto il sito di Piazza Verdi, ampliata dallo sbancamento del Teatro Politeama.
In realtà, nell’area prescelta, sarebbe dovuto sorgere un nuovo teatro in sostituzione di quello distrutto, ed era già stato preparato un progetto dall’architetto Raffaello Bibbiani, ma le Regie Poste si accaparrarono l’area sulla quale sorgevano le case del quartiere del Torretto. Il progetto per il Palazzo delle Poste fu affidato pertanto a Angiolo Mazzoni, che aveva aderito al movimento futurista e nel 1934 aveva firmato il “Manifesto futurista dell’architettura aerea” redatto da Filippo Tommaso Marinetti. Per la verità, Marinetti amava La Spezia, dato che era un caso del tutto nuovo in Italia: era una città in fermento, in continua evoluzione, quindi rappresentava per lui il simbolo della dinamica urbanistica. Non è un caso che proprio alla Spezia Mazzoni abbia elaborato il progetto di un edificio pubblico in puro stile futurista.
L’impressione di grandiosità che desta il Palazzo delle Poste è amplificata dalla fontana collocata accanto alla scalinata che porta sopra la collina in posizione arretrata rispetto al frontale del palazzo. Progettata da Mazzoni allo
scopo di nascondere i contrafforti che sostenevano la collina retrostante, la fontana è un elegante e originale esempio di arte futurista. L’ampia vasca rettangolare è sormontata da un’alta parete in cotto in cui si aprono quattro nicchie dalle quali fuoriescono i getti d’acqua. Le modanature superiori e inferiori in marmo bianco formano un piacevole contrasto cromatico con il rivestimento in cotto e il rivestimento in ceramica blu della vasca, apprezzabile in particolare con l’illuminazione notturna.
La fontana era caduta in disuso nel corso della Seconda guerra mondiale: la vasca era stata parzialmente demolita per consentire l’accesso al rifugio antiaereo scavato nella collina. Dopo la guerra la vasca fu riempita di terra e vi furono piantate alcune palme. Infine, nel 2022, grazie a un accordo tra l’Amministrazione comunale presieduta dal Sindaco Pierluigi Peracchini, e la direzione di Poste Italiane, l’insigne monumento futurista è stato riportato
alle forme originarie.
Ma la fontana non è l’unica decorazione futurista del Palazzo.

All’interno della torre quadrangolare posta sul lato del palazzo, alla quale si accede separatamente rispetto agli uffici aperti al pubblico, lungo le pareti della rampa elicoidale che porta in alto, risplendono grazie alla luce proveniente dalle dodici finestre, tre per ogni lato della torre, e da una lunga finestra verticale in facciata, dei grandi pannelli in ceramica bordati in metallo. La moda degli anni Trenta esigeva che gli edifici di pregio fossero decorati da opere artistiche, pertanto, seguendo i gusti suoi e del momento, l’architetto Mazzoni commissionò a due insigni artisti, Luigi Colombo detto Fillia e Enrico Prampolini, dei pannelli musivi in ceramica che rappresentassero le comunicazioni.

Con tessere realizzate dalla Ceramica ligure Vaccari di Ponzano Magra (SP) Fillia realizzò con il suo stile geometrico e “aeropittorico” due pannelli che rappresentano Le comunicazioni terrestre e marittima; Prampolini rappresentò invece Le comunicazioni telegrafiche, telefoniche ed aeree. Con questi mosaici le pareti della torre sono quasi completamente rivestite di opere d’arte che hanno reso famoso e unico in Italia il Palazzo delle Poste della Spezia e hanno notevolmente contribuito a farla diventare la Capitale del Futurismo.

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NOTA DI REDAZIONE. Un po’ di storia e una curiosità [A.Z.]

Angiolo Mazzoni (Bologna 1894 – Roma 1979) fu uno dei maggiori progettisti di edifici pubblici, stazioni ferroviarie, palazzi postali della prima metà del XX secolo. Estremamente eclettico nell’espressione progettuale, Mazzoni operò con grande professionalità e scrupolo, ma la sua ostinata adesione futurista nel Dopoguerra lo costrinse a un volontario esilio in America latina.

Angiolo Mazzoni, ingegnere e architetto del Ministero delle Comunicazioni. conferì al nostro Palazzo delle Poste un effetto monumentale, nonostante i vincoli dati dallo spazio esiguo e dalle differenze di livello del terreno. L’edificio sorge, infatti, ai piedi di una piccola collina ed è collegato a Via XX Settembre (posta a notevole dislivello) da una serie di scalinate e giardini pensili a terrazza, addossati al massiccio muro di contenimento in laterizi a vista. Le scalinate fungono da collegamento tra Piazza Verdi e il livello superiore, posto nel retro dell’edificio. Il contrasto cromatico fra laterizio e travertino dà leggiadria all’insieme.
L’architettura dei Palazzi delle Poste progettati fra le due guerre mondiali costituisce una pagina importante nella storia dell’architettura del Novecento.
Negli anni Trenta si confrontano (e spesso si scontrano) in Italia correnti che interpretano in modo diverso il carattere monumentale che questi Palazzi non possono non avere. Il Palazzo delle Poste doveva simboleggiare la presenza dello Stato nella città (elevata a capoluogo di provincia nel 1923 e sede episcopale dal 1929), ne doveva evidenziare la sua grandezza e anche dunque essere visibile, riconoscibile anche da lontano, grazie alla torretta svettante sulla piazza, su cui l’orologio scandiva il tempo civile e operoso. Contemporaneamente doveva essere, con i propri servizi, un centro operativo al servizio della comunità cittadina e degli affari.
Alla monumentalità delle grandi facciate, a cui altissimi pilastri infondono spiccato verticalismo, si affianca il dinamismo dell’epoca moderna, caratterizzato dal vortice incessante delle corrispondenze, delle comunicazioni telegrafiche via cavo o via radio (grazie al telegrafo senza fili inventato da Guglielmo Marconi), dal ronzio degli apparati telegrafici Hughes e Morse in continuo movimento, dalle centrali della posta pneumatica.
Edifici in cui la monumentalità, non solo esteriore, è accompagnata da una progettazione assoggettata a principi di funzionalità: grandi saloni, dotati di banconi e scrivanie e abat-jour accoglievano il pubblico, con spazi distinti per la corrispondenza, i vaglia e risparmi, i telegrammi; spazi altrettanto ampi accolgono gli imponenti macchinari e apparati. I tempi e i servizi postali/finanziari sono mutati, gli spazi diversamente utilizzati (non c’è più l’ufficio telegrafico né l’ufficio pacchi né l’Ufficio Vaglia: tutto è concentrato nell’ampio salone centrale a piano terra, ma la conservazione architettonica è rigorosa.

Il fascino che destò quel Palazzo dalle fattezze di fortino si rinnova ogni volta che i turisti giungono a visitarlo. Ma davvero andò tutto per il verso giusto? Non proprio. In pochi sanno che le nove statue commissionate e realizzate dallo scultore Corrado Vigni che avrebbero dovuto sormontare i pilastri della facciata del nuovo Palazzo alla Spezia, al pari di altri palazzi circostanti (come il grattacielo Bibbiani in stile deco-neogotico davanti alla Prefettura con le 5 statue di Augusto Magli sui parasti sottostanti i tre vistosi aggettanti bovindi finestrati) non giunsero mai alla Spezia. Perché? Nulla di strano: accade che nelle “lotte artistiche” fra fazioni avverse, come sappiamo, prevalse la corrente futurista, il cui stile improntava tutta la costruzione: quelle statue non furono considerate valide interpreti degli ideali artistici futuristi (e non lo sono). Davvero probante dell’esito del conflitto è quanto dichiarava l’artista futurista Fillia (Luigi Colombo) che riferisce a suo modo del mutato progetto del Palazzo di Mazzoni:  “[…] rinuncia definitiva a tutte le sculture di sapore neoclassico che s’innalzavano sulla facciata, all’abolizione di ogni decorazione esterna. Rimane così il puro giuoco dei volumi del Palazzo intimamente legato al movimento urbanistico della parte alta e della parte bassa della città con una scala che sale lungo il fianco destro e dinamizza mirabilmente le forme”. Il termine “rinuncia” è inequivocabile: evidentemente le sculture neoclassiche nel progetto originario erano presenti perché lo stile di Mazzoni a quel tempo era caratterizzato da una commistione di stili, ma in corso d’opera venne imposta, tant’è vero che la commissione venne eseguita e probabilmente anche pagata allo scultore. Non sappiamo come abbia reagito Mazzoni a veder amputato il suo progetto, ma è evidente che l’aggettivo “definitiva” certifichi la fine imposta alle polemiche fra fautori dell’originario progetto e artisti futuristi. E’ fin troppo evidente che il movimento aveva appoggi istituzionali non indifferenti . E a quel tempo ministro delle Poste era Galeazzo Ciano.

Fu insomma giudicato preferibile lasciare vuota la mensola che collegava i pilastri al terzo piano piuttosto che tradire lo spirito dell’architettura futurista. Così le statue, benché pronte, rimasero nello studio del Vigni, ma non a lungo. Infatti, il Mazzoni in quel periodo stava ultimando in Sicilia i lavori del Palazzo delle Poste di Ragusa, anch’essa da poco promossa  provincia e, facendosi pressanti le richieste avanzate dal locale giovane gerarca fascista (nobile di nascita e sottosegretario alle Poste) di 9 statue che ornassero i pilastri della facciata, ecco che il Vigni propose le sue statue a sorpresa (!) già pronte. Fu certo necessaria una buona dose di faccia tosta nel reinterpretarne le figure secondo i desiderata del committente, ma alla fine il gerarca se la bevve e si dichiarò soddisfatto; così Ragusa ebbe le sue 9 statue – prima destinate alla Spezia – che ancora fanno bella mostra in cima ai pilastri del Palazzo (benché che anche a prima vista appaia parente stretto dei quello spezzino).

                [fine I parte della rubrica Architettura futurista]

Alberto Zattera
Alberto Zattera
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