GIO MARIA OPECINO (schiavo cristiano riscattato – Algeri 1690-1698)
di Marco Biagioni – II Parte
2) Una vita di sofferenza in terra islamica
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a) Il mercato degli schiavi cristiani
Il dramma degli schiavi, dopo la loro cattura, proseguiva sulla nave corsara; se gli islamici non avevano un numero sufficiente di schiavi sulle galee, potevano mettere subito al remo alcuni dei prigionieri, i quali, generalmente, erano collocati nella stiva per il viaggio di ritorno: venivano legati e ammassati in mezzo a sporcizia e fetore, ma alcuni, talvolta, morivano di stenti.
Quando la nave corsara faceva rientro in uno dei porti barbareschi del Nord Africa, era accolta da colpi di cannone, che avvertivano la popolazione che stava giungendo un ricco bottino; poi i cristiani appena catturati venivano fatti sfilare per le strade, affinché la gente potesse schernirli e i bambini coprirli di immondizia. Al termine di diverse pratiche burocratiche essi venivano spartiti, seguendo precise regole: il Pascià, innanzitutto, sceglieva gli schiavi che gli spettavano, i quali diventavano proprietà del governo; i restanti erano divisi tra l’armatore, il comandante e l’equipaggio della nave, oltre ad alcuni funzionari. Ma, gli “azionisti”, per difficoltà pratiche, non si spartivano direttamente gli schiavi ma il ricavato della loro vendita al “mercato”; anche il Pascià poteva effettuare la vendita al mercato degli schiavi a lui spettanti.
Il “mercato” degli schiavi, che costituiva il fulcro della vita economica di ogni città barbaresca, veniva aperto alla mattina, e subito era effettuata la valutazione della struttura fisica e della salute dei prigionieri per poterne accertare i pregi ed i difetti; in seguito, alla presenza delle autorità e dei capi corsari, si teneva la vendita all’asta, nel corso della quale gli schiavi di maggior qualità erano messi in vendita singolarmente mentre gli altri lo potevano essere anche a piccoli gruppi. L’investimento di denaro nell’acquisto di schiavi era un’operazione economica particolarmente significativa; secondo Padre Dan, inviato dal governo francese nelle Reggenze barbaresche, che giunse ad Algeri nel 1637: “In queste città impiegano il denaro nell’acquisto di schiavi cristiani come presso i cristiani si mette il denaro in banca…”. (5)

Il mercato degli schiavi
Il prezzo di vendita degli schiavi, e anche quello del loro eventuale riscatto, mutava a seconda del loro numero in un dato periodo e delle loro caratteristiche: naturalmente quelli in età avanzata e di salute malferma costavano poco mentre quelli che valevano di più erano i nobili e le persone agiate, delle cui condizioni i musulmani venivano quasi sempre a conoscenza, i religiosi, le giovani donne ed i ragazzi. Un notevole prezzo di vendita avevano anche i medici, gli scrivani, gli artigiani e gli esperti uomini di mare, ma, purtroppo, la loro abilità lavorativa spesso rendeva amaro il loro destino perché i padroni preferivano tenerli presso di sé o “affittarli”, non avviando la richiesta di riscatto. Ad esempio, Giò Batta Adorno, maestro di scuola, scriveva, nell’agosto del 1630, da Algeri: “…e per lo scrivere detti miei padroni mi tengono in reputazione e prezzo alto, dicendo ch’io sono scrivano; e vogliono ch’io paghi pezze tre e mezza lo mese, che non so come fare…”. (6)
(5) Padre Dan, Histoire de Barberie et de ses corsaires, Parigi, 1637, p. 297
(6) A.S.G., Riscatto schiavi 10, carte sciolte
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b) Le diverse condizioni di vita
Le testimonianze dell’epoca – le lettere degli schiavi, le relazioni dei religiosi, i racconti degli ex schiavi – tendevano, per diversi motivi, ad esagerare ed aggravare le pur difficili e tristi condizioni a cui erano sottoposti i prigionieri cristiani, e davano ad intendere “…che fosse un costume ordinario e frequente ciò che costituiva invece un episodio eccezionale, collegato a particolari avvenimenti” (7); ad esempio, scriveva da Biserta, nel 1599, lo schiavo Vincenzo De Scalzo: “…sappiate che io giorno e notte sempre sono in travalio con il bastone sopra di me e con mal da mangiare e peggio da dormire e con una catena di 40 libre a li piedi…” (8), oppure da Tunisi, nel 1624, lo schiavo Pietro Battista Ronco: “…la miseria in che si trovano li poveri cristiani in questa captività e schiavitù di Barberia è tanto penosa et inaudita, non ha comparazione coi mali del mondo sol che propriamente si dice non purgatorio ma inferno penosissimo…”. (9)
In generale, però, la loro situazione era, probabilmente, meno drammatica di quello che da esse si può desumere. Infatti, se un padrone di schiavi imponeva un duro trattamento non era per furore religioso, bensì perché gli era necessario per mantenere su di loro il controllo e la disciplina ma anche per forzarli a far pressione su parenti, governi e opere di misericordia, in vista del riscatto; ma non aveva interesse a trattare con particolare crudeltà una sua proprietà che avrebbe potuto danneggiarsi o anche annullarsi. Infatti episodi di torture e di crudeltà erano “…quasi sempre in relazione con tentativi di fuga o con violenze degli schiavi contro i padroni, con l’arrivo nella città barbaresca di notizie di torture ed uccisioni di musulmani in terra cristiana, con imprese belliche a danno dello Stato barbaresco da parte di una nazione europea”. (10) Comunque, la vita degli schiavi cristiani in terra islamica era assai differenziata, in relazione al padrone dal quale erano stati comprati e al tipo di lavoro a cui erano stati assegnati: coloro che venivano destinati al servizio della persona del sovrano o della sua corte o che finivano nelle dimore di padroni privati erano i più fortunati; questi ultimi erano impiegati nei lavori domestici e non erano rarissimi i casi in cui si instaurava un rapporto di fiducia con il padrone, che poteva concedere, dietro il versamento di una somma di denaro, il permesso di intraprendere liberamente un mestiere o affidare allo schiavo la gestione dei propri beni; molto più dura era la condizione di quelli che erano impiegati nei lavori pubblici come, ad esempio, nella costruzione di edifici e fortificazioni, nei cantieri navali, nelle cave di pietra, nel taglio dei boschi, nei lavori agricoli, nella pulizia delle strade e del porto. La condizione peggiore, però, era quella di coloro che venivano “condannati” al remo sulle galee corsare; si trattava di una vita disperata, in cui la sofferenza era enorme: gli schiavi non avevano alcuna protezione contro il sole, erano incatenati alle caviglie e, a gruppi, ad ogni remo, e non lasciavano mai la loro postazione, dormendo e facendo i loro bisogni nel loro banco; ma il loro compito principale era quello di ammazzarsi di fatica nel corso di incursioni e assalti per catturare altri disgraziati come loro; uno schiavo cristiano, Virgilio Crispo, in una lettera da Biserta nell’agosto 1599 scriveva di essere: “…sepolto vivo al martirio di questo temporale inferno di Barbaria, notte e dì al remo, alla catena, al travaglio et sotto il bastone“. (11)
In caso di malattia grave, lo schiavo poteva essere gettato in mare, mentre la ribellione portava a pene severissime e la speranza di fuga era assolutamente scarsa. Insomma, erano talmente consistenti i pericoli affrontati dallo schiavo-rematore che molti, prima dell’imbarco, facevano redigere il proprio testamento, nel caso fossero deceduti. (12)
Le donne erano una parte minoritaria rispetto alla totalità degli schiavi e, poiché i “bagni” erano essenzialmente le dimore degli uomini, vivevano nelle case dei loro padroni ed erano generalmente adibite a lavori domestici; per le giovani di bell’aspetto vi era, invece, la possibilità di un’altra destinazione, l’ ”Harem” (13) del sovrano o di altre persone ricche e influenti. Gli schiavi che prestavano la loro opera nei lavori pubblici, in città o nei pressi, terminata la loro dura fatica giornaliera, rientravano nei “bagni”, dove trascorrevano la notte.
(7) S. Bono, I Corsari barbareschi, Torino, 1964, p. 217
(8) A.S.G., Riscatto schiavi 14, carte sciolte
(9) A.S.G., Riscatto schiavi 14, carte sciolte
(10) S. Bono, I Corsari barbareschi, cit., p. 218
(11) G. Bonomo, Schiavi siciliani e pirati barbareschi, Flaccovio editore, 1996
(12) G. Vingiano, Galee e galeotti, Roma, Bianco, 1960 – A. Savine, La vita sulle galere, Milano, Corbaccio, 1931
(13) Harem, “luogo inviolabile”, indica l’insieme dei quartieri destinati alle donne
