Il nostro Valerio Cremolini fa luce su un dipinto della chiesa di Fabiano alto fino a qualche anno fa considerato di autore ignoto
Bogiano, la quadreria e i restauri della chiesa di Fabiano Alto (1)

Quando il 30 novembre 2022 il vescovo diocesano Luigi Ernesto Palletti inaugurò solennemente nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea a Fabiano Alto – dopo importanti restauri – la pala d’altare raffigurante la Madonna con Bambino e i santi Andrea, Caterina d’Alessandria, Lucia e Giovanni evangelista (2) cercai notizie sull’autore Giovanni Andrea Bogiano, pittore genovese del XVI secolo. Ho fatto il primo tentativo poco soddisfacente consultando immediatamente I Beni Culturali della Provincia della Spezia, pubblicazione del 1975, frutto di un’ampia ricognizione collegiale, introdotta da un considerevole studio di Pietro Torriti, soprintendente alle Gallerie e Opere d’Arte di Siena. L’olio su tela di buone dimensioni (cm 189×140) vi figura senza attribuzione (3). Informazioni più puntuali le ho apprese dallo storico dell’arte Piero Donati in Pittura in Provincia della Spezia, volume richiamato dal pieghevole parrocchiale L’incontro, edito in occasione della benedizione dell’opera del Bogiano, custodita nell’anzidetta chiesa di cui è parroco monsignor Gian Luca Galantini, da tempo cancelliere della Curia vescovile della Spezia. Il cognome dell’autore – si legge – suggerisce una provenienza genovese, anche se risulta essere attivo alla fine del ‘500 soprattutto nel levante ligure. Il testo prosegue proponendo stralci delle argomentazioni di Donati, sul profilo del pittore, autore nel 1594 di una pala d’altare per la Pieve di Sant’Andrea a Sarzana.
«Il Bogianus – per Donati – esibisce un lessico di matrice cambiasesca, con inflessioni che ritroviamo in altri due dipinti del territorio diocesano, e cioè la piccola pala d’altare in ardesia della pieve di Baccano e la tela che sovrasta l’altare maggiore della chiesa di Sant’Andrea di Fabiano, nei dintorni della Spezia. In quest’ultima, come nella tela sarzanese, la Madonna e il Bambino sono collocati al vertice di una piramide, mentre i santi si dispongono in ordine ai lati; nell’ardesia di Baccano – nel territorio di Arcola – i due santi, ai quali è intitolata la Pieve (Stefano e Margherita di Antiochia), sono stanti, mentre Santo Stefano e San Bernardino sono inginocchiati. Nei tre dipinti la simmetria regna sovrana ed un panno verde fa da fondale: in grazia di questa rustica semplicità, certamente non sgradita ai seguaci del Paleotti, perdoneremo volentieri al Bogianus alcuni errori di anatomia (4)». Nella pala di Sarzana, invece, ai lati della Madonna troviamo il papa San Fabiano e il martire San Sebastiano. Le analogie con il dipinto di Fabiano Alto sono molte. L’autorevole storico dell’arte, segnalando talune imperfezioni, si augurava che «la ricerca d’archivio contribuisca a gettare qualche raggio di luce sulla vicenda umana di questo pittore, restituendo contorni concreti ad un artista legato alla committenza del Levante, anche se forse genovese di nascita come sembrerebbe indicare il cognome, versione latinizzata di Boggiano o Bozano» (5).
Prima di proseguire la lettura dell’opera del Bogiano è doveroso sostare sulla storia della chiesa di Sant’Andrea, che riprendo in gran parte dalla nota storica redatta da mons. Galantini, introducendo il più che valido libretto che documenta dettagliatamente le scrupolose fasi del complesso restauro dell’edificio sacro (6). «La Chiesa parrocchiale di Fabiano Alto è dedicata all’Apostolo Sant’Andrea ed ha origini molto antiche. Di una Chiesa (propriamente una Cappella di modeste dimensioni) dedicata a Sant’Andrea si parla in un documento del maggio 1125, nel quale il Vescovo di Luni Andrea I prende sotto la sua protezione i beni posseduti dai monaci dell’Isola del Tino in Portesone, località presso Tellaro. In detto documento si dice che la Chiesa di Sant’Andrea di Fabiano, che esisteva già da tempo, si trova nella giurisdizione del suddetto Monastero. Tale atto è trascritto anche nel libro Le carte del monastero di San Venerio al Tino, vol. I di Giorgio Falco (Pinerolo, 1917). Un successivo e importantissimo atto avvenne nel novembre 1128 tra l’abate del Monastero del Tino, Giovanni, e l’arciprete della Chiesa di Marinasco, il canonico Oddone: con questo atto l’abate cedeva all’arciprete di Marinasco la Chiesa di Fabiano dietro pagamento di una decima e con l’obbligo di recarsi una volta all’anno a visitare la chiesa di San Venerio sull’Isola del Tino. L’atto venne stipulato alla presenza dello stesso vescovo Andrea e prevedeva che la Cappella tornasse nella giurisdizione del Monastero del Tino qualora le clausole stabilite nel documento non fossero integralmente adempiute. Proprio il mancato adempimento di tali obbligazioni diede origine ad una serie di controversie. In sintesi: nel maggio 1249 una sentenza dell’arcivescovo di Genova attribuisce al Monastero del Tino il possesso della Chiesa di Fabiano; nell’ottobre 1252 avviene l’immissione nel possesso di tale Chiesa da parte dell’abate del Tino; nel maggio 1272 una sentenza arbitrale attribuisce al vescovo di Luni il possesso di tale Cappella.
Non è dato sapere quali fossero le dimensioni della Chiesa in questo momento storico, certo è da ritenere che fossero ben più modeste delle attuali; forse la superficie originaria della Chiesa di Sant’Andrea andrebbe limitata all’attuale presbiterio. Successivi ingrandimenti, di cui non si conosce l’epoca, ne hanno aumentato sensibilmente le dimensioni nel corso dei secoli. Un ulteriore incremento alle dimensioni, ma soprattutto all’abbellimento della Chiesa, si ebbe nella seconda metà dell’800 quando venne rifatto il pavimento (1870), ricostruito l’attuale campanile, in sostituzione del precedente, situato sull’opposto lato destro, ed avviata la costruzione della facciata (1882), terminata nel 1886 con la collocazione della statua di Sant’Andrea sulla sua sommità e con la realizzazione della lunetta sul portale d’ingresso, opera del pittore Felice Del Santo.
Nel tempo al corpo della Chiesa sono state affiancate le due cappelle laterali, di quasi uguali dimensioni, e la sacrestia, a sinistra del presbiterio; la vecchia sacrestia, a destra del presbiterio, è certamente più antica. Tra le due cappelle laterali sembra più antica quella di destra, dedicata alla Madonna: è citata nell’archivio parrocchiale, sul libro dei defunti, all’anno 1661, quando si dice che al suo interno venne sepolto colui che si ritiene essere stato il primo parroco, don Giovanni Battista Carassale, deceduto nello stesso anno. I libri parrocchiali iniziano nel 1643, anno in cui si ritiene che la Chiesa sia stata costituita in Parrocchia, dopo essere stata dipendente dalla Pieve di Marinasco. Il 30 novembre 1902 la Parrocchia veniva elevata a Prevostura e il parroco ha pertanto il titolo di prevosto».
Detto della sua storia, eccoci a visitare virtualmente la quadreria di Sant’Andrea che si propone con opere di tutto rispetto, talune restaurate precedentemente all’avvio dell’intero e articolato progetto di restauro, che ha lungamente impegnato le restauratrici Raffaella Gragnano e Barbara Carassale e la Soprintendenza ligure nelle persone di Massimo Bartoletti, Angela Acordon, Roberto Leone ed Enrico Vatteroni (7). La parola “avventura”, che le due professioniste hanno ritenuto aderente al loro compito, rivela lo stato d’animo, certamente di forte apprensione, suscitato dal primo sopralluogo nella chiesa che, scrivono, «appariva cupa con rifacimenti pittorici di epoche diverse, con motivi decorativi poco legati ai temi ecclesiastici. Le decorazioni risultavano annerite da infiltrazioni d’acqua provenienti dal tetto, dall’umidità di risalita sulle zoccolature» (8).
Il cronoprogramma dei lavori si è sviluppato razionalmente in otto anni con puntuali interventi riguardanti la Lunetta esterna in ardesia (2011), la Sacrestia (2012), la Cappella laterale sinistra (2014), la Cappella laterale destra e le formelle in legno (2015-2016), l’Abside (2016), la Navata centrale (2016-2017), i Lampadari (2018), l’Altare Maggiore, Fonte Battesimale e Crocifisso ligneo (2019). Il volume del 1975, citato alla nota 2, segnalava il pessimo stato dell’Ascensione (sec. XVII) di autore ignoto. Il restauro dell’olio su ardesia a cura della Soprintendenza negli anni 2005-06 ne ha enormemente recuperato la dignità artistica (9).
Altrettanto bisognosa di interventi restaurativi era l’Assunzione di Maria sapientemente recuperata a nuova vita nel 2019 dalla Soprintendenza per i Beni Artistici della Regione Liguria, affidandola al Laboratorio genovese della restauratrice Aurelia Costa. Con tale decisione la Soprintendenza si è resa riconoscente verso la parrocchia per l’impegno profuso nel restauro complessivo della chiesa. La tela presentava molte lacerazioni ed era rovinata nel colore e l’esito del restauro è stato eccellente. Gli studi condotti sul dipinto, tuttora di autore ignoto e attribuito al XVII secolo, hanno favorito la retrodatazione alla fine del ‘500, riferendo all’opera un valore maggiore di quello che le era stato riconosciuto.
Di scuola emiliana del XVII secolo è il San Sebastiano, restaurato nel 2003, collocato sulla prima campata della parete destra della chiesa. Tra i santi più presenti nella storia dell’arte il giovane martire romano del III secolo, condannato a morte da Diocleziano, è raffigurato con il consueto fisico atletico, evidenziato dalla nudità interrotta dal panno bianco che gli cinge i fianchi. Sebastiano sopporta il crudele supplizio con lo sguardo rivolto a Dio.
Dirimpettaia al San Sebastiano, sulla parete sinistra subito dopo l’ingresso, è l’ammirevole tela dedicata a Sant’Elena. Rimasi incantato quando, dopo il restauro negli anni 2005-2007 a cura della Soprintendenza Ligure, inclusa anche l’antica cornice dorata a foglia, venne esposta al Museo Diocesano della Spezia, per poi far ritorno nella sede originaria. L’autore non poteva essere uno sconosciuto e di tale percezione ne ho avuto conferma dal restauro con la possibile attribuzione al pittore Francesco Guarino (10), che potrebbe averlo realizzato nel decennio 1640-50. Monsignor Galantini mi segnala l’anomalia evidenziata nella relazione tecnica laddove «l’eccellenza della condotta pittorica e la selezionata tavolozza non trovano infatti rispondenza nella qualità del supporto, costituito da una tela assai rada». Il pittore, infatti, a differenza della scarsa qualità della tela, ha utilizzato materiali di ottima qualità, compresa polvere di lapislazzuli per dipingere la veste blu di Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino, il quale con l’editto di Milano del 313 aveva concesso ai cristiani la libertà di culto. Fu Elena, secondo un’antica tradizione (IV sec.) a ritrovare nel 325 la Croce scavando sul Monte Calvario. Con altre reliquie della Passione, parte di essa venne trasportata a Roma dove Elena fece costruire la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, che le custodisce. Sant’Elena viene rappresentata nell’iconografia, così è nel dipinto della chiesa di Fabiano Alto, con gli abiti imperiali, la corona sul capo e la Croce ritrovata.
NOTE:
(1) Tratto da Il nuovo Porticciolo, n.3/2023.
(2) Il restauro è stato realizzato nel Laboratorio della restauratrice genovese Aurelia Costa ed è stato diretto dalla dr.ssa Rossana Vitiello, funzionaria di zona della Soprintendenza per i Beni Artistici. La pala, prelevata il 17 gennaio 2022, è stata ricollocata nella sua sede il 25 novembre 2022. Si è giovato del contributo della Fondazione Carispezia nell’ambito del Bando Aperto 2021.
(3) I beni culturali della provincia della Spezia, Stringa Editore, Genova, 1975, p.32.
(4) Piero Donati, Pittura in Provincia della Spezia, Tecnostampa srl, Recanati, 2002, p.169. Lo studioso spezzino richiama non casualmente la figura di Gabriele Paleotti (1522-1597), cardinale e giurista bolognese, attivo nella stagione della Controriforma, autore nel 1582 del Discorso intorno alle immagini sacre e profane.
(5) Piero Donati, op. cit., p. 169-170. Il pregevole volume promosso dalla Cassa di Risparmio della Spezia, articolato in quattro capitoli (La Val di Vara, Levanto e la Riviera, Il Golfo della Spezia, Sarzana e la Val di Magra) venne presentato il 14 dicembre 2002 a Villa Marigola (Lerici) da Germano Mulazzani, autore della prefazione, allora Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico della Liguria, e da Pierre Rosenberg, personalità di altissima levatura, tra i maggiori studiosi del Rinascimento italiano, membro dell’ Académie française, già direttore del Museo del Louvre di Parigi.
(6) Gian Luca Galantini, Raffaella Gragnano, Barbara Carassale, Chiesa di Sant’Andrea Apostolo, pubblicazione edita in proprio dall’omonima parrocchia, 30 novembre 2019. Apposita scheda sulla chiesa di Fabiano Alto è compresa nel volume di Delyse Ann Huntley-John Lawrence Toma, Profilo storiografico ed architettonico di seicentocinquanta chiese delle antiche diocesi di Luni, Sarzana, Brugnato e La Spezia, Edizione Delisa Publication, Avenza Graphica, Massa, 2010, p.187.
(7) Per completezza, con le citate restauratrici della Coop. A r.l. SoloArte, il “cantiere” si è giovato, inoltre, delle competenze specifiche della Ditta Giancarlo Dittamo (opere in muratura) con la guida dell’architetto Mauro Lombardi, della Tecnoimpianti (impianti elettrici), della Fulgor Service (impianti acustici), della Stema di Firenze (impianto termico), della Ditta Sanguineti di Chiavari (restauro lampadari) e di Enrico Toncelli (arredi lignei).
(8) Gian Luca Galantini, Raffaella Gragnano, Barbara Carassale, op. cit., p.25.
(9) Per riguardo del parroco ritengo dovuto proporre integralmente il suo utilissimo contributo sul dipinto che mi ha fornito: «Secondo la tesi di Piero Donati, esso era inizialmente ospitato nell’Oratorio sito sulla piazza della Chiesa e successivamente adibito ad asilo parrocchiale; successivamente (seconda metà dell’800) sarebbe stato trasferito nella Chiesa parrocchiale. In seguito al restauro si sono potuti vedere alcuni particolari prima invisibili. Nella parte bassa, ai piedi dell’apostolo San Pietro, sono collocate le chiavi, simbolo del potere a lui affidato, e alla sinistra delle chiavi appare un cartiglio con alcune lettere, probabilmente le iniziali dell’autore seguite dalla lettera F (fecit). La prima lettera è una G, la seconda è probabilmente una B. Donati, nella sua opera Tra Genova e il Magra (2012), suppone che l’apposizione della sigla, unita alla probabile presenza dell’autoritratto, è indice dell’aspirazione del giovane pittore ad essere considerato qualcosa di più di un onesto mestierante. Le analisi di laboratorio ci dicono che questa pretesa non era infondata poiché la pellicola pittorica, a differenza di ciò che è finora noto per le lavagne dipinte di questa zona della Liguria, è stesa con diligenza su uno strato preparatorio accurato, del tutto simile a quello dei dipinti su tavola. Da qui la brillantezza del colore e da qui, per converso, l’igroscopicità della materia pittorica: le conseguenze sono ben visibili non soltanto nella zona inferiore, più esposta alla penetrazione per capillarità dell’umidità ascendente ma anche sui bordi dei lati lunghi e attorno all’alone luminoso che circonda la figura di Cristo: in queste zone le lacune si devono probabilmente alla presenza di cornici lignee che hanno captato l’umidità ambientale. È stata inoltre confermata la presenza, in basso a destra, del profilo del committente: un laico sulla quarantina, con radi capelli corti, vestito sobriamente di nero; la pulitura, inoltre, ha fatto emergere dall’ombra le teste di alcuni apostoli, consentendo di appurare, nonostante la presenza di Maria, la sostanziale fedeltà della raffigurazione al racconto dei Sinottici: gli Apostoli che assistono all’Ascensione di Cristo, con la quale si chiudono i racconti di Marco e di Luca, sono infatti undici, come specifica Matteo, e ritorneranno ad essere dodici soltanto con la successiva cooptazione di Mattia, questa attenzione ai testi canonici ben s’inquadra nel fervore post tridentino e qui si sposa con l’adozione di una gamma cromatica preziosa, giocata su accostamenti studiati, la quale riesce a rendere plausibili anche le durezze dell’acerbo disegno… Anche da questo punto di vista, questo dipinto, a suo modo anomalo, merita un’attenzione ben maggiore, di quella che finora gli è stata riservata».
(10) Pittore appartenente alla Scuola napoletana del secolo XVII nasce a Sant’Agata di Puglia, frazione di Solofra, il 19 gennaio 1611 e muore a Gravina di Puglia il 19 novembre 1651. Il padre Giovan Tommaso, che gli fu il primo maestro, gestì una fiorente bottega locale, di cui ne divenne titolare alla morte. Già il nonno Felice era stato pittore. La breve vita di Francesco Guarino fu caratterizzata da un’intensa attività, in gran parte di impostazione devozionale e da significative commissioni pubbliche e private. Molto importanti le committenze ricevute dalla famiglia Orsini, che lo ebbe in grande considerazione e che favorì il rilancio artistico e culturale di Gravina, dove risiedeva nel Palazzo ducale. La biografia del pittore richiama l’esperienza giovanile presso lo studio di Massimo Stanzione (1585-1656), annoverato tra i seguaci del caravaggismo.
