Architettura futurista alla Spezia: studio di Mara BORZONE (Prima parte: Franco OLIVA e Gruppo Urbanisti Romani)

Rubrica “Spezia futurista”

La progettazione futurista di opere pubbliche e private cambiò volto alla città, imprimendole caratteri indelebili fino ai nostri giorni. Un riferimento almeno essenziale a Franco Oliva che assunse solo alcuni spunti futuristi, non aderendo al movimento, ma che meriterebbe una trattazione a parte. Aderì invece convintamente allo spirito futurista, già da studente, Manlio Costa che ne fu esponente a livello nazionale, lasciando molti progetti irrealizzati per la sua precoce scomparsa.

 Ringraziamo sia Gabriella Chioma d’aver autorizzato la riproduzione del saggio pubblicato dalle edizioni del Tridente (Futuristi alla Spezia, La Spezia, 1991) sia Valerio P. Cremolini che ha provveduto a estrapolare il testo dal volume.

FRANCO OLIVA E L’ARCHITETTURA D’ISPIRAZIONE FUTURISTA ALLA SPEZIA

Il Futurismo ha avuto alla Spezia un ruolo importante nell’espansione urbanistica e edilizia cittadina tra la fine degli anni Venti e il 1940: gli architetti Angiolo Mazzoni, Manlio Costa, e marginalmente, Franco Oliva, oltre al Gruppo Urbanisti Romani, dotarono la Spezia, capoluogo di provincia dal 1923 e sede episcopale dal 1929, di una serie di edifici e di un assetto urbanistico tali da determinarne, ancora oggi, il carattere di città moderna nel senso storico del termine.

A differenza di Costa e del Gruppo Urbanisti Romani, Franco Oliva non può essere inserito nel Futurismo, poiché non aderì mai al movimento, ma il suo apporto, che attende uno studio specifico, risulta comunque determinante per l’architettura spezzina del periodo tra le due guerre. Alcuni edifici di Oliva, anche se non si possono definire futuristi, appartengono tuttavia a quell’ambito razionalista comasco che con il futurismo ebbe legami stretti, e appaiono, al tempo stesso, lontani dal resto della sua produzione, più legata alla Secessione Viennese e al periodo de “L’Eroica”.

Oliva [ndr, Alghero, 11 gennaio 1885 – La Spezia, 6 novembre 1952], ingegnere e architetto già affermato all’epoca dei primi contatti tra il Futurismo e la città, partecipò a tutti i concorsi per le opere pubbliche, vincendo quello per la ristrutturazione del Teatro Civico nel 1932, quello per la Casa del Fascio (attuale Comune) di Lerici nel 1934, e quello per la Casa dei Fasci Lunensi (attuale Comune della Spezia) nel 1938.

La partizione verticale della facciata per mezzo di lesene semicircolari sormontate da statue, presente nel Palazzo del Governo di Oliva (1928) e nella facciata del Teatro Civico (1933), è riscontrabile in alcuni progetti del 1928 firmati dal Gruppo Urbanisti Romani, in edifici degli architetti futuristi Pagano e Levi Montalcini, e nel progetto iniziale del Palazzo delle Poste della Spezia di Angiolo Mazzoni (1930), ma non è sufficiente a far rientrare in ambito futurista il Teatro Civico, nonostante la scelta futurista e modernista dimateriali come vetro, compensato e alluminio per gli interni. Le due Case del Fascio possono inoltre essere lette oggi come una traduzione in termini razionalisti della tipologia neogotica ottocentesca del palazzo municipale con torre. È comunque evidente, in entrambi i casi, l’adozione di un linguaggio razionalista moderato, legato a citazioni storiche come la finestra brunelleschiana con l’arco a tutto sesto, e a una definizione dei volumi genericamente piacentiniana.                 [1/5 CONTINUA]

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 NOTA di Redazione sul Teatro Civico [A.Z]

Il primitivo teatro civico, inaugurato nel 1846, dopo aver passato un periodo di decadenza a fine secolo con successivi reimpieghi e trasformazioni, venne infine demolito, ma fu in seguito ricostruito dalle fondamenta su progetto dell’architetto esordiente Franco Oliva. Il nuovo fabbricato, ampliato dal lato di Piazza Mentana e capace di ospitare 1800 persone, occupò il vecchio ripiano e le gradinate esterne, mentre dal lato di Corso Cavour avanzava fino alla linea stradale, permettendo l’ingrandimento del palcoscenico.

L’apparato scultoreo è opera di Augusto Magli che sempre avrebbe decorato le opere di Oliva. Con il nuovo assetto si entrava nel Teatro da Piazza Mentana mediante tre porte corrispondenti ai tre archi di facciata; nell’atrio l’ampia scalinata conduceva al foyer riquadrato da imponenti pilastri in magnifico marmo apuano macchiato. La sala degli spettacoli a ferro di cavalloassunse la figura di un rettangolo quasi regolare, acquistando così in lunghezza.

L’interno era dominato dalle norme del razionalismo architettonico: all’architetto Oliva non poteva sfuggire l’idea di trovare la linea di transizione tra la forma tipica del teatro del Settecento e l’odierna sala cinematografica. La balconata, divisa in due ordini e terminata dalla seconda galleria o loggione si sovrapponeva alla platea per un notevole tratto; scomparirono gli stucchi e le ornamentazioni pesanti (rimasero due piccole danzatrici nude in marmo bianco all’ingresso dai due lati della platea e due piccole Fame cavalcanti all’esterno dei palchi); la sala risultò così di un’armonia semplice a colori tenui e a superfici lisce; tuttavia furono conservati i tre ordini di palchi. Le ultime risorse del razionalismo scientifico trionfarono nel palcoscenico. La cupola, circondata dall’interno da una fascia costellata e decorata dei segni dello Zodiaco, è apribile tramite per i cambi d’aria. Il 4 febbraio del 1933, il Teatro ricominciò la sua attività con la rappresentazione della “Tosca”.

 

 

Alberto Zattera
Alberto Zattera
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